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Mi torna in mente un aneddoto che Carlo Levi raccontò a Salvatore Giannella, per la rivista «Il Mondo», quando qualcuno sparò alla statua di Di Vittorio, negli anni Settanta:
il grande sindacalista compì il suo primo viaggio a Firenze, in treno, per un congresso.
Nella stazione di arrivo, ebbe bisogno di usare il bagno. C’era una catenella; la tirò, per la maledetta curiosità che tradisce pure i migliori, e fu il disastro: vennero giù secchiate d’acqua che andarono perse nella tazza, senza che nulla si potesse fare per impedirlo. Un istante dopo, tutto era finito; sparite anche le prove del misfatto. Ma Peppino Di Vittorio era di leggendaria onestà e andò a denunciarsi al capostazione: era pronto a risarcire, non immaginava
di procurare cotanto danno, tirando la catena… Il capostazione, superata l’iniziale perplessità, gli spiegò che non c’era nulla di cui scusarsi: lo sciacquone era lì apposta per ripulire, ogni volta, la tazza dopo l’uso. «Ma erano almeno dodici litri di acqua!» balbettò il sindacalista, sconcertato. «Al mio paese, è la paga di un giorno di lavoro, per un bracciante.
Pino Aprile - Giù al Sud. Perché i terroni salveranno l’Italia (via dovetosanoleaquile)